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oggi è un bel giorno per morire
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24 marzo 2014

Sayonara

Ve lo avevo già detto, adesso è ufficiale, la Poderosa è in pensione. Abbiamo comprato un sidecar, un mezzo più adatto al nostro modo di viaggiare, di vivere.   
La Poderosa è stanca, stanchissima ha bisogno di una totale approfondita revisione costosa e dolorosa, dolorosa perché costosa, non può più affrontare le avventure come quelle passate in questi quattro anni, così ho rispolverato un vecchio sogno; viaggiare in sidecar.              
 Siamo andati in Germania e con meno dei soldi che ci volevano per rimettere in sesto la Poderosa abbiamo comprato una ural: moto made in Russia costruita a Irbit, in Siberia, con il puro e  duro acciaio proveniente dai monti Urali.   

Eccola qua la  nostra nuova compagna di avventure, hanno fatto subito amicizia, belle vero, che ne pensate.










L’abbiamo comprata in Germania perché è costato meno della metà che in Italia. E poi, a dirla tutta è successo come con la Poderosa, amore a prima vista.
Avevamo  3 opzioni con il budget a nostra disposizione, un motore bmw 800 su sidecar ural, perfetto in ogni particolare, poi un bmw GS 1000 modificato sidecar, con forcella herles omologato e revisione appena fatta, addirittura il GS 1000 preparato apposta per affrontare un viaggio simile.  Bmw GS 1000, la moto dei miei sogni, ne avevamo già guidata una che un amico voleva darci per continuare il nostro viaggio, sarebbe bellissimo.
 -E allora cosa c’è che non va,- mi fa shizu, è che è già bell’e pronta, non lo so… volevo qualcosa di meno perfetto, non la sento mia… guarda invece questa che bella, gli faccio mostrandogli una foto che la ritraeva con un grosso cane nero come passeggero nel carrozzino.
- E questa com’è , va bene per noi, è forte come la pode?,-  ..bhe.. non è un bmw..ma ti ricordi quanti ne abbiamo visti in panne di bmw..e poi dai una perdita d’olio di qua un rumorino di la ci terranno compagnia…ohhh e poi che vuoi che ti dica, i russi ci sono sempre andati sulle loro massacranti strade.  Io credo che sia forte, e se si guasta che problema c’è, ci fermiamo e risolviamo, noi non dobbiamo correre …e poi io non ho mai lavorato su un motore russo, dai dai che sarà divertente …- io non lo so mauri, se tu dici che va bene andiamo a vederla,  è bella ma cambiamo colore.-

Sidecar ural 750cc, retromarcia e trazione, all’occorrenza, anche sulla terza ruota, quella del carrozzino.   
Anno di costruzione 2003, kilometri 11776 costo 2800 euro.  
Provata, ascoltata … perfetta , 10 minuti per sbrigare le pratiche con Tobias, il proprietario, e la moto è nostra. 
Un saluto e un ringraziamento ai nostri amici motociclisti viaggiatori Micha e Rosmarie conosciuti in Thailandia che ci hanno aiutato e ospitato in questa trasferta oltre alpe e via verso l’italia.
 Adesso inizia il divertimento, tireremo fuori l’anima a questo ammasso di ferro, come abbiamo fatto con la poderosa, si sa a noi le cose facili non piacciono.

     Con il sidecar possiamo affrontare tutti quelle situazioni che alla poderosa con tutto il suo carico, eravamo oltre i 400 kili,  e in fuoristrada,  quando dico fuoristrada intendo proprio fuori strada, erano impraticabili.  Con la pode avevamo un autonomia di 300 kilometri + altri 150 con la tanica di riserva da 10 litri, quindi ci potevamo addentrare con sicurezza in zone remote  non più di 200 kilometri e con le provviste alimentari era lo stesso, autonomia  massimo per 3 giorni.
Ora sarà tutto diverso, possiamo caricare molte più provviste più benzina, e anche, cosa che desidero tanto, una tenda dove posso stare in piedi. Possiamo affrontare percorsi  più impegnativi e con maggior sicurezza, almeno non sarò  più costretto a  spaccarmi la schiena per rialzarla come accadeva con la poderosa ogni volta che  finivo gambe all’aria, e vi assicuro che sono state molte. 

E la poderosa ve lo detto è in pensione e guardate che bel posticino che gli abbiamo trovato, nel salotto della nostra casa, anche perché non cera altro posto, questa è tutta la nostra casa, 30 metri quadrati, bagno cucina soggiorno camera da letto e… garage.

30 metri e a volte ci sembra grande, troppo spazio. Troppo spazio non fa bene, si è portati ad accumulare in maniera automatica e ossessiva, tante, troppe cose per lo più superflue, la paura ci spinge ad accumulare, conservare tutto per sentirsi vivi, possedere uguale a esistere, così si fa con la mente, invece di svuotarla di ripulirla da tutta la spazzatura... la si riempie di più, immagini suoni, un guazzabuglio di informazioni, di nozioni, un copia incolla selvaggio che va tanto di moda…


Noi ora siamo in Giappone, shizu  è venuta a seppellire suo padre e poi si vedrà, che altro dirvi, niente, ogni tanto vi aggiorneremo, alla prossima.    Sayonara

30 agosto 2013

ultimo giro di giostra

I  lavori nella mia vecchia officina sono terminati (si fa per dire) e abbiamo consegnato le chiavi dell’appartamento a Maika.  Dopo più di due mesi, finalmente, è arrivata la mia patente, adesso siamo pronti  a riprendere il viaggio.
Siete curiosi vero?... volete vedere il risultato di tanto lavoro…avete ragione, dopo così lunga attesa ve lo meritate.
 Ecco a voi un pò di foto...anzi metto su un filmatino fatto tempo fa, adesso i lavori sono..molto più avanti.
Quando finisco, chi lo sa, certo è che se li finisco finisce il divertimento quindi ci penseremo un'altra volta.
intanto godetevi il filmato e diteci cosa ne pensate

Bhe. Allora non dite niente…tutti muti…su sveglia …che ne pensate? Abbiamo fatto un buon lavoro..dai su non siate timidi, commentate criticate …fate voi.

Questo che stiamo per fare sarà l’ultimo giro per la Poderosa, “l’ultimo giro di giostra”, il giro d’onore, se lo è guadagnato davvero.
-Ma no..perchè..? il viaggio deve continuare sempre con lei..non la potete abbandonare, non sarebbe più la stessa cosa- ..lo so, è questo che pensate e che qualcuno di voi mi ha detto.
Ma non è così, la Poderosa è ormai una vecchia signora e non è più il tempo per lei di scriverla la storia.
 La mettiamo in pensione, al coperto, lei che non c’è mai stata, al riparo dalla pioggia dal vento e dal troppo sole…ehh, comeee..uff.. qualcuno mi suggerisce “e dalle troppe cadute”.  
La lasciamo nella nostra officina, ora piccolo monolocale, dove ha il suo posto d’onore. Ogni tanto qualcuno la mettera in moto, gli farà prendere un po’ d’aria o la guarderà semplicemente,  e se l’immaginazione lo porterà negli stessi posti sulle stesse strade che la poderosa ha cavalcato, se sarà capace di sentire i profumi,  il vento freddo, la pioggia il sole la fatica, i pianti o i caldi rassicuranti abbracci delle persone incontrate… o se semplicemente  comincerà a sognare… e allora è perfetto,  è a questo che servono i vecchi, a raccontare storie, a farci sognare.

La nostra idea è quella di andare a salutare degli amici in Portogallo, passando per il lagho di Como dove abita Mauro “selvatiko”, conosciuto in Nepal, per poi proseguire fino ad Amerang, in Germania, nei pressi di Monaco di Baviera, dove vivono MIchael e Rosmarie, anche loro viaggiatori, conosciuti in Thailandia. Poi verso Parigi per ballare un tango e dichiarargli il mio amore eterno, proprio lì, sotto la torre Eiffel…ma noo, che avete capito, non a shizu, a l l a   P o d e r o s aa.
E poi Valencia, Salamanca e ancora a Vigo per rivedere Javier un buon amico, e poi dritti giù in Portogallo, appunto, per riabbracciare Carlos e tutta la tribù, ci sono stati davvero di grande aiuto nei difficili momenti in Timor Leste.
Questa era la nostra idea, è andato tutto come programma sino a Amerang, qua shizu riceve un messaggio dalla sua famiglia, madre e padre sono in ospedale e la madre sembra esser alla fine del suo viaggio.
Decide di rientrare in Giappone per dare l’ultimo saluto alla madre.  La accompagno all’aeroporto e io che non ho nessuna voglia di continuare il viaggio da solo riprendo la via del rientro in Italia.
Ora sono in sardegna, provo a fare il turista mentre aspetto shizu.
Ci ho provato, ma… mi sopporto da turista per massimo un paio d’ore, così  nell’attesa di shizu mi dedico alla realizzazione del pavimento in legno nel nostro appartamento. Materiale riciclato, lo farò con i pallet usati, insomma quei bancali di legno per trasportare la merce che si vedono anche nei supermercati.

13 dicembre 2012

Istanbul



Bye Bye Nepal  si decolla.  Sette  ore dopo, uno scalo e 4 ore di attesa a Sharjad, dove abbiamo finalmente mangiato pollo verdure insalata che non sapevano di curry, atterriamo all’aeroporto Sabiha di Istanbul alle 23.


 Napoleone ha detto che “se il mondo fosse stato un unico paese Istanbul ne sarebbe la capitale”.
Città cosmopolita, capitale degli imperi, da quello romano, bizantino, latino e ottomano.
Istanbul  adagiata sulle sponde del Bosforo, lo stretto che  collega il mar nero al mar di Marmara.
 Istanbul una città su due continenti, Europa e Asia, il punto d’incontro di scontro e di fusione di culture millenarie.  
A Istanbul non c’era mai stato, una solo volta ma l’avevo solo attraversata rapidamente,  in questi dieci giorni di attesa siamo stati in giro, così senza meta senza guida, spostandoci a caso, seguendo chessoio la linea del tram o il venditore ambulante di “simit”, un pane fatto a forma di ciambella con semi di sesamo, o l’odore di olio d’oliva, di quello buono, che viene da un piccolo viottolo di porfido…umm quanto tempo che non lo sentivo.. e devo dire che Istanbul sa farsi innamorare.
Che dite…no, non mi hanno assunto come guida turista, e va bè, torniamo al nostro viaggio.
Sono le 23, siamo arrivati all’aeroporto di Istanbul, fuori è notte piove e fa freddo.  

Ci beviamo un Cay, un tè, in uno dei locali ancora aperti  e ci accorgiamo subito dal prezzo che siamo arrivati in Europa. Poi aspettiamo, shizu dormendo e io quasi, l’arrivo dell’alba su una riga di scomode poltroncine.


La fermata dell’autobus è di fronte all’uscita, dall’altra parte della strada. Ci sono quelli di una compagnia privata che vanno diretti al centro, in Piazza Taksim, e poi quelli pubblici di linea che fanno tutte le fermate e costano anche meno. Noi naturalmente abbiamo scelto questo.
Qualche fermata dopo l’autobus è quasi pieno di pendolari e studenti che vanno in centro.
Poco dopo un forte rumore, a parer mio confermato poi dall’autista una cinghia rotta, lo fa fermare in mezzo alla strada. L’autista parla con la radio e dieci minuti dopo arriva un secondo autobus, trasbordiamo e possiamo continuare il nostro  viaggio.
Noi decidiamo di scendere alla fermata di Kadikoy da dove si può prendere un traghetto per Eminonu .Ci piaceva l’idea di entrare in Istanbul dal mare, ma la brutta e fredda giornata  ci ha negato questo romantico ingresso, siamo rimasti infreddoliti seduti dentro al traghetto.
Una volta a terra chiedo informazioni su come raggiungere la guesthouse che il nostro amico Maurizio ci ha consigliato. Non è troppo distante e anche se piove decidiamo di raggiungerla a piedi, noi tanto non abbiamo impicci, si viaggia leggeri.
Arriviamo alla guesthouse, posto tranquillo ma senza atmosfera, non si può cucinare prima delle 10 la mattina, questo non si tocca, quello bisogna pagarlo…resistiamo solo 2 notti, poi ci trasferiamo dall’altra parte del ponte di Galata. Abbiamo trovato una piccola guesthouse veramente carina, ci sono anche 4 gatti e per gli artisti il soggiorno è gratis, e c’è anche la colazione gratis, per tutti, e cosa sorprendente costa ancora meno.

Ieri è finalmente arrivata la moto. Io odio spedire la moto e ancor di più odio andarla a ritirare, non sai mai quanto alla fine andrai a spendere.
La dogana, come tutte le dogane del mondo è un casino e riuscire a districarsi nella marea di incomprensibili documenti è impresa difficile, direi impossibile, senza un aiuto locale.
Noi abbiamo trovato due ragazzi che si sono offerti di aiutarci, ho anche rimediato un giubbotto nuovo. Uno dei due ragazzi è motociclista e si è accorto immediatamente delle condizioni del mio vecchio giubbotto, uno straccetto con solo mezza zip funzionante e privo di imbottitura, quindi mi dice che sarebbe felice di darmi un suo giubbotto come regalo di benvenuto,.Specifica che non è nuovo, ma che è ancora in buone condizioni.
Io sono contentissimo, finalmente ho un giubbotto della mia misura, caldo e con le cerniere funzionanti, ottimo regalo sotto l’albero.  
Erano le 11 quando abbiamo iniziato la lunga maratona e solo alle 7 di sera con il buio siamo riusciti a mettere in moto la poderosa, ma senza l’aiuto dei nostri nuovi amici non ce l’avremmo fatta.
 Che freddo, arriviamo alla pensione congelati, è stato facile arrivare, abbiamo seguito uno dei tanti autobus per piazza taksim, noi abitiamo li vicino.


Domani si sistema la moto e poi on the road..

03 dicembre 2012

doveva essere semplice...


Sabato mattina, 24 novembre.

Saliamo sulla terrazza della White Cherry Guesthouse per fare colazione, almeno qua su c’è il sole e magari un poco ci riscalda.
Toh, ma tu guarda che combinazione, ieri notte  quando ci siamo fermati per caso davanti a questa pensione non ci siamo accorti che proprio di fronte c’è l’ufficio dello spedizioniere, EagleEyesExports. Bella fortuna.

Che palle però, oggi è sabato ed è festa qua in Nepal, come la domenica da noi, comunque proviamo lo stesso. Finita colazione andiamo a vedere se c’è qualcuno. L’ufficio è chiuso, ma il tipo dell’agenzia di viaggi della porta accanto mi dice di aspettare che lo chiama telefonicamente.  Mi passa il cellulare e mister Jeevan, il furbo spedizioniere, mi da appuntamento  tra due ore. 

Perfetto, facciamo un giro e andiamo a scroccare un tè da Munna il venditore di pasmine conosciuto grazie all’amico Mauro.
Munna è sorpreso nel rivederci, gli racconto l’avventura in terra indiana e la decisione di rientrare per organizzare la spedizione della moto, ci beviamo il nostro tè e poi andiamo da mister Jeevan. 

 Mister Jeevan è un tipo veloce e sveglio, fin troppo sveglio direi.
-Si si si, posso fare tutto, dove vuoi andare…turkia- fa una telefonata poi un’altra e mi dice -va tutto bene, ora arriva il mio carpentiere e misuriamo la moto per la cassa, così posso dirti il prezzo finale.-
La faccenda, a sentire il Mr. Jeevan, doveva essere semplice. Mentre ascolto il loquace Mr. Jeevan mi vengono in mente le parole che ho letto nel blog di due nostri amici motociclisti, Agata e Thomas, - non sempre è semplice ciò che sembra semplice- .  Avrei dovuto pensarci un po’ di più, invece di dargli quasi tutti i soldi senza nemmeno uno straccio di ricevuta, o meglio qualcosa mi ha dato, un pezzetto di carta strappato con su scritto l' importo e la sua firma…mah, paese che vai usanze che trovi.!!

Comunque pagato ormai ho pagato, la moto è misurata, secondo me non esattamente ma il carpentiere stizzito dalle mie intromissioni mi zittisce con un – io sono il carpentiere e sono anni che faccio casse  per le moto- ok come non detto, io lo dicevo per te, a me sembra piccola. Ora non resta che aspettare due giorni, lunedi 27 abbiamo  appuntamento al magazzino dell’aeroporto, controllo dogana poi chiudere la moto nella cassa e pesarla, sistemare i documenti e pronti per il volo.
Ecco, doveva essere una cosa così, semplice semplice, e invece..non glielo avessi detto, la cassa era piccola così mi è toccato demolirla la moto per farcela stare.


Mr Jeevan avrebbe dovuto consegnarmi la ricevuta del biglietto e invece a rimandato di giorno in giorno sino a oggi, lunedì 3 dicembre ore 10,30, giorno del nostro volo per Istanbul.
Vado nell’ufficio di Mr Jeevan infuriato e lui si scusa dando le colpe alla compagnia aerea che solo ora gli ha inviato l’ordine.
Da non credere,il taxi fuori ci aspetta, tra due ore parte il nostro volo e sapete quando arriverà la nostra moto a Istanbul, il 12 dicembre…ma Mr Jeevan noi cosa ci facciamo 10 giorni a Istanbul, ce li paghi tu??...Doveva essere sullo stesso volo, poi doveva arrivare il giorno dopo e adesso…il tipo ancora parla si scusa e da la colpa alla compagnia, io sono stanco della sua faccia e poi non c’è più molto da fare, prendo la ricevuta lo lascio parlare e ce ne andiamo, come si dice, ce la siamo presa in quel posto.
Siamo all’aeroporto in attesa dell’imbarco, anche la moto parte oggi, ma lei va in Bangladesh e poi in Arabia e poi finalmente in Turkia, che cavolo di giro che gli fanno fare, e  non siamo per niente tranquilli.

ultimo pranzo in Kathmandu con l'amico  Chhultim


23 ottobre 2012

domani...domani...


lunedì 22 
Ci siamo fermati un paio di giorni nella città di Baglung, volevo fare alcuni lavoretti, sistemare alcune cose dell’attrezzatura, ma non ho trovato, o meglio ho trovato ma secondo noi troppo caro, quello che cercavo, così ci siamo solo riposati e rifocillati per due giorni in un “hotel”, appena rimesso in ordine, gestito da un pancione simpatico e da uno sgangherato gruppo di assistenti che non parla inglese e che ogni  sera si ubriaca,  il cuoco invece  persona discreta e distinta cucina veramente bene.
In giro per le vie della città shizu attira l’attenzione e i sorrisi con il suo nuovo taglio di capelli. Dopo questi giorni di totale relax facciamo provviste, vogliamo andare nel parco dell’Annapurna.
Il pancione simpatico ci indica una strada alternativa, più lunga della normale ma a detta sua molto più interessante e soprattutto in off-road, che aspettiamo, andiamo.
La strada è  faticosa ma la vista ci ripaga di tanto sforzo, due ore dopo siamo fermi per pranzo, non è un ristorante, fa solo il the, ma la tipa ci prepara comunque un fumante piatto di “choumin”,  spaghetti cinesi con verdure e un sacco di spezie locali.









Con la pancia piena riprendiamo il massacrante viaggio, altre due ore e ci fermano al check post di Tatopani.  Da questo punto in poi bisogna avere un permesso, noi non lo abbiamo ma il militare dice che lo possiamo fare qua. Il permesso costa 20 dollari a testa e il tipo dice che con questo permesso possiamo arrivare sino a Muktinath, li la strada finisce,  per noi è troppo caro, ma siamo qua e andar via un poco ci dispiace.
Ci facciamo spiegare ancora una volta come funzione e se ci sono altre spese dopo, la risposta è sempre la stessa, no, non dovete pagare altro, e scrive sul permesso route of trekking Tatopani to Muktinath.
   
Con il permesso in tasca riprendiamo la scalata, ma due ore dopo nell'affrontare l’ennesimo tratto in salita con grossi massi la nostra avventura sembra terminata,  la frizione cede e la moto non ne vuol sapere. Con l’aiuto di ben 6 ragazzi riusciamo, sudando come bestie, a spingere la moto più su, dove il terreno davanti a un piccolo tempio è in piano, giusto un bel parcheggio per la stanca poderosa.

Montiamo la tenda affianco al tempio, qua il terreno è più alto della strada, preparo un caffè e della poderosa me ne occuperò domani, ora sono troppo stanco per pensare a una soluzione.

La mattina dopo mentre shizu prepara la colazione io comincio a smontare la moto.
So già qual è il problema, la frizione bruciata, non è che l’ho bruciata qua su queste strade, era un sacco di tempo che volevo cambiarla, è dall’Australia che mi trascino dietro i dischi frizione che Matteo mi ha regalato.
Dicevo..domani la cambio e domani…sapete come vanno le cose, vanno che ora siamo qua in mezzo alle montagne con la frizione bruciata, abbiamo si i dischi nuovi ma non ho la chiave per smontare la frizione,  questa l’ho persa in Australia, e anche qua dicevo domani la compro…domani…e va bhè, che ci volete fare siamo un po’ scemi. -Come dici-… shizu mi corregge, dice -siamo??!!  Sei un po’ scemo-.
Una volta aperto il carter si può notare che se ci fosse stato il livello olio giusto…magari qualche kilometro ancora lo potevamo  fare, pensare che avevo giusto detto, la settimana scorsa, domani devo comprare un litro d’olio…e ma va che sfiga, non mi ha dato il tempo.









Ok, adesso non stiamo a recriminare, come risolviamo con la chiave mancante.
Il vecchietto che sempre viene a farci visita con un amico e i nipotini dice che a Ghasa c’è un meccanico e poi è più vicina di Tatopani.

Non mi resta che mettermi in viaggio. Sono le 10,  zainetto in spalla e via, devo fare 8 kilometri in salita per arrivare a Ghasa.  Sulla strada dopo un paio di kilometri in una località chiamata Dana, tre case e una fonte d’acqua, c’è un camion fermo, differenziale rotto, penso che fortuna. Chiedo al camionista se ha una chiave ma lui mi fa vedere solo una chiave poligonale, io invece cercavo una chiave a bussola, con questa non sono sicuro di riuscire nell'impresa  pazienza continuo a camminare. Arrivo a Ghasa alle 12, due ore… però sono ancora in forma.
Rintraccio il meccanico che stava giocando con un collega a un gioco nepalese, il carrom, una specie di biliardo, un tavolo un metro x un metro quattro buche d’angolo e delle pedine da colpire con le dita.
Il meccanico un vero stronzo, non ha intenzione di aiutarmi, dice -portami la moto domani-, portarti la moto e come cavolo faccio. Provo ancora a convincerlo, parlo anche con l’amico, ma niente, non ha intenzione di abbandonare il suo gioco e di aiutarmi.  
Sono un po’ triste, incazzato, ma non ho altra scelta che tornare indietro e domani andare  a Tatopani   e comprare una chiave.
Via di corsa, e davvero vado giù correndo, pensate che a un certo punto scivolo rimbalzo mi ritrovo il tallone davanti al naso un salto a destra a sinistra e… mi ritrovo 50 metri più in basso in preciso ordinato e in piedi, illeso, nessun segno dell’accaduto.
Mi guardo attorno, do anche uno sguardo in alto, con circospezione prima di tirare un respiro di sollievo, mi sento un po’ come Wile il coyote, quando dopo un salvataggio rocambolesco si sente al sicuro e dal nulla appare un treno e lo investe o dal cielo gli piomba addosso un pezzo di montagna. Ma la domanda che ancora mi faccio è come ci sono arrivato qua giù.
Non pensiamoci e continuiamo a correre.
Quando ripasso per Dana, dove c’è il camion rotto, mi fermo, penso, è impossibile che non abbia sul camion una chiave come serve a me.
Ascolta  Madhu, è il nome del camionista, posso cercare io la chiave. Madhu...li…tacci tuoi, e questa cos'è  e gli mostro una vecchia chiave a tubo, ma manca la leva fa lui, a quella ci penso io, dammi anche un grosso martello appena fatto ti riporto tutto.

Ultimi 2 kilometri,  alle 13,30 sono di ritorno, che atleta. Racconto l’avventura a shizu mentre velocemente pranziamo con caffè e biscotti,  poi  con la chiave di Madhu e quattro colpi di martello ben assestati smonto la campana della frizione, che disastro, tutto bruciato, e si di olio qua ce nera poco davvero.
Pulisco bene monto i dischi nuovi, grazie ancora Matteo, e una energica stretta con colpo di martello finale, e…finito.  











Ora non ho tempo di continuare, prima del buio devo riportare la chiave a Madhu, lui domani mattina parte. Zainetto in spalla e via ultima corsa, ansimante chiedo a Madhu ancora un piacere, mi serve almeno un litro di olio, che problema c’è, va al camion e torna con un barattolo di olio, diesel ma la poderosa non si fa problemi. Madhu dimmi quanto ti devo dare, - ma che dici, scherzi, lo fatto con il cuore, siamo amici ora- questo è quello che mi ha detto, ok grazie e alla prossima, devo correre che se non mi sbrigo arrivo al buio.
Alle 5  l’arrivo vittorioso, stanco ma contento, la mia giornata ora è finita, domani penserò a rimontare la poderosa.


23 settembre 2012

Kathmandù


25 ore dopo  è … Welcome  Nepal.
La differenza con gli aeroporti di Bangkok o Delhi è notevole, questo è molto…naif, ce ne accorgiamo subito, appena sbarcati, vedendo il bus navetta, quello che rimane del bus navetta, parcheggiato sotto l’aereo, gli ci vorranno  3 viaggi per portarci tutti.
E qua, dove siamo, più che un aeroporto mi sembra una vecchia stazione di autobus.
Sbrigate rapidamente le pratiche per il visto, 80 dollari e ci attaccano un bel adesivo 30 giorni multi entry, cerchiamo gli uffici della zona cargo.
Distano solo un paio di kilometri, il taxi vuole 5 dollari… ma non te ne vai,  noi si va a piedi.
Difficile però riuscire a staccarsi di dosso questa gente, non ti mollano, -si si capito capito-, ma capito cosa, capito niente continuate a seguirci. Riuscito nell'impresa anche un po’ in malo modo ci incamminiamo verso il magazzino.


 L’aria è pesante, un odore nauseabondo attira la nostra attenzione. C’è un cadavere, di mucca credo, pieno di grasse larve biancastre in decomposizione, un cane ne ha strappato una zampa e sta banchettando in mezzo alla via.
Ragazzini, non ancora adolescenti, sniffano colla tra l’indifferenza generale, uno si avvicina barcollando e con voce impastata mi chiede…-hey mister money money-,
Un uomo dorme per terra, un altro si alza fa qualche passo e si mette a pisciare, poi torna, con un calcio sistema il cartone si sdraia e continua a dormire.
Lo smog, il traffico, l’inquinamento acustico sono a livelli altissimi, ma anche qua non ci fa caso nessuno.  Credo che i nepalesi nascono con il clacson inserito, lo usano sempre anche senza motivo, tanto per non perdere l’abitudine, non sia mai che quello suoni prima di me, questo deve essere il loro pensiero e così potete immaginare che concerto stonato.
Ma non spaventatevi, questi sono stati solo i primi metri di strada fuori l’aeroporto, poi…
Arriviamo al magazzino e subito siamo stati presi in consegna da non so chi, che afferrati i miei documenti ci trascina in una stanza piena di computer con altre decine di persone super  chiassose e comincia a compilare dei moduli. Dice che è complicato se non capiamo il nepalese e con lui possiamo sbrigare tutto in giornata, per soli 100 dollari…ma te ne vai…  Lo fermo, ma non ci riesco devo in malo modo strappargli di mano le nostre carte e mandarlo.. beh avete capito.
Non pensate che sia finita, perché di questa gente è pieno, si guadagnano da vivere così, non si capisce chi è .., come dire, un vero ufficiale di dogana.
Riesco non senza fatica a farmi breccia tra il muro umano di gente che ci strattona da tutte le parti,  non la finiscono mai, anche se gli dici un secco NO!, o se come o fatto io li spingi via in modo energico.  Poi ci si avvicina un ragazzo dall'aria tranquilla che con voce moderata mi dice, - ti aiuto io-, non ti do un soldo, -ok ti aiuto lo stesso, vieni seguimi-,  e ci porta al secondo piano nell'ufficio del boss.
Il tipo ci spiega come funziona, praticamente questo “esercito di disperati” fa il loro lavoro.
Dopo qualche chiacchiera sul nostro viaggio ci presenta a un signore e gli dice che siamo italiani e di mandarci via velocemente.
Questo non ha una grande voglia di lavorare e appena fuori dalla stanza e dalla vista del capo consegna i documenti al ragazzo che è con noi e non so cosa gli dice.
Comunque passiamo per 3 uffici, 3 stanze sporche e malmesse, fotocopie timbri compilazione moduli, 100 rupie (1 euro) qua, 396rupie  la e 1250 rupie qua, e questo è l’ultimo, spero.
Finalmente possiamo aprire la cassa e far prendere aria, e che aria, alla poderosa. Prima  però c’è da pagare il tipo che con martello e palanchino apre la cassa… e ti pareva, 100 rupie.
Ci fosse uno che mi aiuta, tutti guardano toccano si appoggiano..e dai su,  per favore andate a sputare più in la.
Due ore dopo la poderosa sta sulle sue ruote da sola, il serbatoio è vuoto ma il ragazzo prende un litro di benza dalla sua motoretta e lo  svuota nel mio serbatoio, possiamo  finalmente lasciare questo girone dantesco….










È un incubo guidare in Kathmandu, molto peggio che in Indonesia.  Arriviamo alla guest house che avevamo prenotato, dobbiamo rimanere una settimana in città, per fare il visto India, purtroppo non lo rilasciano alla frontiera.
Alobar 1000, è il nome della guest house, è aperta da pochi mesi, i proprietari sono due giovani fratelli, è molto carina, un bar, un bel salone con comodi divanetti, le candele accese la sera, -per creare atmosfera-, no, è che in Kathmandu la luce non è distribuita tutto il giorno.  Solo la pulizia soprattutto dei bagni lascia a desiderare, credo sia un'altra usanza…va beh, è la più economica, 4 euro una stanza e a noi ci basta.










Parcheggio la moto scarico e  di corsa in doccia, rigorosamente freddissima, un giro per la via principale, ma non ci possiamo fermare a guardare niente, che subito ti trascinano dentro al negozio. Ceniamo che sono le 6, al rientro la città è buia.  I negozi aperti o hanno il generatore attaccato o utilizzano grandi batterie con l’inverter come nel caso della nostra guest house, che garantisce almeno la debole luce nelle stanze.
Il fine settimana lo passiamo girovagando alla scoperta della città.
Noi si vive a nord del  centro storico, nel quartiere turistico di Thamel, caotico sporco e disordinato, strette stradine dall'aria irrespirabile affollate di gente, bici a tre ruote, moto macchine negozi bar ristoranti bazar…, tutto a uso dei turisti occidentali.
Siamo stati a Asan, per vedere il mercato locale, poi un giro a Durban Square.
Un paio di ragazzi, ospiti della nostra guest house, ci ha convinto a far visita a un mercato di prodotti biologici, descrivendolo come la settima meraviglia, che si tiene ogni sabato. (il sabato è giorno di festa, l’ultimo giorno della settimana, come la domenica per noi)
 Per noi una grande delusione, tutti occidentali, i venditori i prodotti e gli avventori, siamo scappati via.













 Poi siamo stati al centro, e passeggiato avanti e indietro per la via principale a osservare la gente, i loro modi le abitudini. Ci siamo seduti vicino a un tempio per guardare gli strani, per noi, rituali.
La gente sputa e a questo c’eravamo abituati, si fa per dire, Timor, Indonesia, Malesia, Thai, Laos, Cambogia…insomma in questi paesi è pratica usuale, ma qua la novità sta nella preparazione dello sputo. Rumorosa, rumorosissima.
Ce ne sono diverse tipologie, c’è “la sveltina”, un colpo di tosse una rapida schiarita e …spatatak.   Poi c’è  quella che chiamo “omm ce la fa.. omm non ce la fa..”, questa è più complessa parte da lontano, in crescendo, con questa ti accorgi veramente del coraggio dello spirito di  abnegazione, degli anni di studio di sforzi di tentativi che il soggetto poverino a passato prima di arrivare.. “all’illuminazione”, e quando finalmente giunge al culmine e…ohh non fatemici pensare vi prego.
Poi ..ah si poi, poi c’è quella chiamata: “e mo che fo? quasi quasi sputo”, il tipo seduto o accovacciato a terra con la testa bassa si sputa tra i piedi, anche se questo, per onor del vero non è uno “spatatak”,questo non è proprio uno sputo, è più un lasciar cadere…mi capite vero,  poi il tipo rimane li e continua a osservare i suoi capolavori, non so, forse fa un confronto o che so, magari ci legge il futuro, il suo.
Tutto questo avviene, come vi ho detto, in maniera rumorosa, anzi rumorosissima.
Da una parte è bene perché ti avverte in tempo del pericolo, ma si sa lo sguardo involontariamente segue il rumore e la vista… come dire, non è decisamente  “illuminante”.
E non è finita, si potrebbero scrivere pagine che sono sicuro rimarrebbero come pietre miliari della letteratura sullo “scracchio”, per sempre. Ahh che bella cosa, dimmi come sputi ti dirò chi sei…







03 aprile 2012

officina in spiaggia


Cominciamo, ma prima una bella nuotata così, tanto per rinfrescarmi le idee.

E ora andiamo in officina, vediamo un po’ che tipo di danno ha la nostra amata Poderosa.
Guarda guarda il perno che tiene il leveraggio dell’ammortizzatore è per una metà sfilato e piegato.

In uno dei tanti salti, siamo andati a sbattere su qualche grossa pietra, il colpo ha piegato il telaio nel punto di aggancio dell’ammortizzatore e ha tranciato di netto la testa del perno che si è sfilato e poi con le oscillazioni, con i colpi si è piegato.
L’ammortizzatore si è trovato a lavorare storto e si è incastrato tra il beveraggio, o biella chiamatela un po’ come volete,  così la moto è rimasta bassa e rigida.
Smonto e raddrizzo a colpi di martello il perno, di questa misura non ne ho e il primo posto dove sicuramente non lo troverei ma bisogna comunque provarci dista 45 kilometri, gli do anche una bella limata per togliere i colpi del martello, mi sembra venuto bene.
Ora smonto il leveraggio, qua ci sono i cuscinetti con la loro bussola che si è rotta da un lato, ma sapete come dicono a roma, “nun ce ne pò fregà de meno”, non è poi cosi importante, si può continuare benissimo così per altri 100 mila kilometri.
Ora il perno è senza testa, per evitare che si sfili incollo il dado al suo posto, cosi da evitare che le vibrazioni lo possano svitare, dopo aver bene ingrassato il tutto infilo il perno e dalla parte del dado  gli piego sopra a colpi di martello una parte della bandella di lamiera del telaio, cosi indietro non può tornare,  non ha importanza se non è stretto, li bastava anche un perno con due coppiglie, fa lo stesso lavoro, rimetto in piedi la pode … ohh perfetta, sembra nuova.









C’è ancora una piccola cosa da sistemare, nella caduta il faro si è rotto e abbiamo anche perso il pezzo di vetro, credo che ci metterò su un pezzo di plastica non appena faremo rientro a Dili,  non guidiamo mai di notte.


 E adesso che le cose sono al loro posto fatemi andare a pescare la cena, ho lavorato molto e ho una gran fame.